sonetto con istinti suicidi
se lo stipendio serve solamente
al pane e a trastullarsi l’ombelico,
se solo sei nel mezzo della gente
e manco indossi uno straccetto fico,
se il tempo ti divora inconcludente
e non lo sai spartir con un amico,
se piangere non serve proprio a niente
se non a riportarti a un evo antico,
se questo ed altro sotto il ciel d’aprile
o sopra i cieli in una fusoliera,
o stanco in un riflesso di vetrina,
o steso a letto a digerire bile:
il dubbio sempre viene verso sera,
che serve allora alzarsi la mattina?
sonetto ascoltatemi adesso
ti trovo bene, sai, e tu ti vedi
bene, che fai, che dici, le fossette
nelle guance, quest’anno maglie strette,
succo d’arance, ma tu poi ci credi,
e stare attento a dove metti i piedi,
fotoritocco e immagini perfette,
la nuova moto, poche biciclette
nelle strade, se solo lo concedi
ne parliamo, se ti degni quel tanto,
ma i fiumi sono in secca già di brutto,
eppure lo sapevo così forte,
poi forse, sì, può darsi che abbia pianto,
le cose sono sparse dappertutto,
le ore passan sempre troppo corte.
(le minigonne morte,
c’è un saldo in centro, forse un fallimento,
ma code e parcheggiare che tormento,
un caldo da spavento,
per giugno lo si aspetta appiccicoso,
ma adesso il temporale, che curioso.)





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