sonetto altre algebre
nel far di conto a volte son distratto:
so calcolare, ma non me ne gaso,
giacché più conto più mi volgo matto
e conto e poi riconto oltre l’occaso.
se sommi quattro a quattro ottieni otto,
otto più due fa dieci in ogni caso,
ma dodici per due fa ventiquattro
ed il prodotto è lì di fronte al naso.
i numeri son strani per davvero:
vergato dopo il segno dell’uguale
a volte il risultato mi stupisce.
ma chi non fa di conto non capisce
che spesso noi contiamo così male
che due men uno dà per somma zero.
sonetto fanculo
fanculo la poltrona a cinque ruote,
con lo schienale in proporzione al ruolo,
fanculo al temperino e al punteruolo
e ai pennarelli nel portamatite.
fanculo alle cartelle preferite,
ai lodatori che si fanno stuolo,
a chi ti vuol veder strisciare al suolo,
a chi cicala di mercato e quote.
fanculo un poco a tutti, con vigore:
nel mentre va l’estate in temporali
si scioglie la pazienza nell’insulto.
fanculo e poi fanculo a tutte l’ore!
e mentre ci lecchiam dei nostri mali
ci vien da domandar “e a me, l’indulto?”
sonetto (e)vado?
io adesso vado: me ne vado, vado
via, da qualche parte, non importa
dove. con quattro cose nella sporta,
me ne parto leggero di buon grado.
per la destinazione tiro un dado,
poi metto il catenaccio nella porta:
nemmanco più lo specchio mi sopporta,
per questo mi allontano dal contado.
se vado poi rientro o me ne resto
per sempre via dal solito bordello?
chi parte poi ritorna abitualmente,
a meno che non sia l’andar funesto,
o che dell’altro frulli nel cervello.
lo so, farò ritorno, mestamente.
sonetto disimpegnato e inutile del pil d'agosto
da quando se ne è andato quel nanetto
c’è più silenzio (sembrami evidente),
ma nel silenzio qua e di là si sente
il risuonar di qualche mortaretto.
ci schioppa la notizia che il pilletto
di repentino si fe’ imbizzarrente,
quasi che il bolognese sì paziente
moltiplichi sia il pesce sia il panetto.
sono ferragostani, questi versi,
giusti per partorire qualche rima:
ma il pil fatto bazzotto all’improvviso
mi fa perplesso e mi titilla il riso.
ahi silvio, se ne fosse accorto prima,
anzi che di se stesso compiacersi...
sonetto finto ferragosto
non tutti vanno in ferie a ferragosto.
stanotte è san lorenzo: le comete
per chi lavora resteran segrete,
giacché domani ci si sveglia tosto.
non suoni le campane, sor prevosto,
il quindici rispetti la mia quiete:
non tutte le persone sono liete,
se poi non staccan manco a ferragosto.
non riesco a scollegarmi per le ferie,
resto connesso e sveglio malamente
al desco come alle faccende mie.
saranno poi faccende così serie?
andarmene. ci provo, ma la mente
mi ferma e poi bislacca se la rie.
sonetto altre estati, mi ricordo
che con l’estate arrivava la voglia
di fuggire nel finesettimana:
ci si sommava in auto alla fiumana
che alle spiagge i cittadini convoglia.
che il sole anche provando non si imbroglia:
capelli ben raccolti (con bandana),
schermo solare su pelle padana,
la sera che ti disfa, scaglia a scaglia.
questo e mill’altro sempre mi riappare,
le alghe, la rena che scottava all’una,
la noia della coda del rientro.
e come nella sabbia, scava dentro
la voglia di una meta, averne una:
prima di rincasare, c’è da andare.





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