canzone delle case vuote
le case sono vuote.
lo vedi dalle imposte
chiuse col fil di ferro e screpolate
quando per strade ignote
cerchi delle risposte
camminando a sera, verso l’estate.
le case abbandonate
aspettano una mano di invenzione
che cali su di loro,
scoprendone il tesoro
nascosto per gentil speculazione:
per ogni metro quadro
a molti toccherà diventar ladro.
le case vuote sono
piene di segni e cose:
le ragnatele, le prese annerite
che chiedono perdono
alle pareti, rose
secche nelle aiuole, inscheletrite,
le stampe preferite
talora appiccicate ancora nelle
camere dei bambini,
sembianze di zerbini
e cessi secchi con le catenelle.
la carta da parati,
magari con disegni complicati.
son vuote quelle case?
o forse è meglio dirle
solo “sfitte”? qualcuno le possiede?
ognuna ha la sua fase,
ed io vorrei capirle,
conoscere che storia le precede
fra cielo e marciapiede.
residui abbandonati di fortune
lise, di mano in mano
vanno, senza baccano.
auguste e signorili come alcune,
altre case rurali,
che la città farà residenziali.
si riempiono le case
di disegni e progetti
celati dietro a plastiche arancioni,
salvati nella base
dati, con sottotetti
sollevati a forza sui cornicioni,
senza preoccupazioni:
pareti basse e lucernari a vista,
nascono nuovi alloggi
secondo l’uso d’oggi.
curati nei dettagli dal marmista,
un poco stanno vuoti
contando sulle scale passi ignoti.
anch’io nella mia casa,
siccome i miei maggiori,
a pezzo a pezzo pianto le mie tende:
come una terra invasa,
la casa i miei colori
nel suo silenzio passo passo apprende.
di fuori si distende
dietro altre case un nuovo panorama.
mi muovo a piedi nudi
su pavimenti crudi,
la notte sciaguattando nel pigiama.
il vuoto si riempie
e il sonno infine mi occupa le tempie.
son vuote le tue stanze,
però può capitare
che qualcuno ti venga a visitare.





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