sonetto ciò che manca
il suono di un motore ormai scassato,
la polvere sui libri, cani e gatti,
pile sbilenche sullo scolapiatti,
le corde su cui stendere il bucato.
dormire sul divano, stravaccato,
rientrare dal lavoro quatti quatti,
le foto degli amici, gli autoscatti,
il chiasso antelucano del mercato.
ne mancano di cose a star lontano:
se poi non solo è spazio a separare,
lo spazio solo basta a fare male.
la sedia e il poggiapiedi da scrivano,
sdraiarsi in terra stanco a riposare,
un passo un po' pesante sulle scale...
sonetto tecnologico
io la detesto, la tecnologiä,
sono luddista, che ci si può fare,
che già in ufficio tocca lavorare
coi mille gadget dell'infocraziä,
che certo fan risparmio, economiä,
cento persone fanno licenziare
e questo per i conti è salutare:
lode al computer, quindi. tuttaviä,
provo disgusto per tutto il mercato
dei bit, dei byte, della risoluzione,
per questi oggetti da cambiare spesso
comprando quel modello più aggiornato.
chi ci lavora ne ha l'indigestione:
che stia arrivando la salvezza, adesso?
sonetto pellegrino
sabato sposterò l'accampamento.
questo destino par mi si confaccia:
sarà per via di questa bella faccia,
sarà colpa di qualche mio talento,
sarà che ormai ho perso ogni argomento
che mi tuteli da sta vita straccia.
chiudessi un poco questa mia boccaccia...
non sono i viaggi il vero fallimento,
che mica vado a rompermi la testa
né tanto meno a supplicar del cibo
oppure degli umani a torturare.
comunque non mi va di fare festa,
che poi stavolta non ho neanche un nido
o un posto caldo al quale ritornare.
sonetto dei finti giovani
ci chiaman giovani, che siam scrittori,
che siam professionisti od avvocati,
quadri operai o semplici impiegati:
anche se all'andropausa viciniori
di quando tenevamo il petto in fuori
di fronte al mondo con modi sfrontati.
se possono ci dicono neonati:
ma che si credono questi signori?
siamo solo un segmento di mercato,
che siam prodotto o che lo consumiamo:
dalla culla ci guidano per mano
nel nostro target così ben marcato.
giovani fummo, morti ancor non siamo:
ci resta tempo, che non passi invano.
sonetto che mica facile scriverne un altro
domani si ritorna nell'ufficio.
stanotte cercheremo di dormire,
fingendo che l'estate nel finire
ci porti finalmente beneficio.
con in bocca sapor di dentifricio,
la testa sveglia e persa nelle spire
di pensieri che la fanno rimbambire
come una bestia recata al sacrificio,
chiacchiereremo di vaghi argomenti
con il soffitto e i ragni. le campane
di rimbalzo racconteranno le ore,
che passeranno lente ed inclementi.
cadrem dormendo ad ore antelucane
e il giorno arriverà, senza clamore.
sonetto come sto
mi chiedi come sto. se lo sapessi
definire, te lo direi di certo.
non è che non mi metto allo scoperto,
soltanto, sto indagando nei recessi
di me stesso: rivedo i miei insuccessi,
combatto col dolore che mi ha inferto
questo final d'estate sì sofferto.
così, se non rispondo, non è ellissi,
non è spavento od astio, né tremore.
se ce l'avessi, una parola chiara,
te la darei senza nessun indugio.
così me ne sto zitto a malincuore
io che si sa son tipo da caciara:
nel mio profondo ancora mi rifugio.
sonetto dei bimbi
dei bimbi in verità ci importa poco,
se non sono nostri o non ci sono cari:
più son lontani, men son nostri pari,
se la tivù non ce li porta in loco.
allora forse li mettiamo a fuoco,
con la paura nei globi oculari
ed i toraci magri, carcerari:
abbiam spavento, perchè non è un gioco.
così cerchiamo nel televisore
qualcosa da veder, più civettuolo,
che domani si compra il quotidiano.
ma il giornale dura ventiquattr'ore
e poi se pitturiam va bene al suolo:
dei bimbi un'altra volta ci scordiamo.
sonetto invidioso
ma certo che vi invidio. non lo devo?
invidio voi che non avete sogni
meno concreti dei vostri guadagni
che un po' del mondo vi danno sollievo.
dei sogni, lo confesso, ce li avevo,
ad occhi aperti o chiusi, lusinghieri,
me ne ricordo fatti ancora ieri:
bisogni dentro i quali mi tuffavo.
se non ce ne son più, vi chiedo adesso,
ditemi per cosa posso esistere
se non son più capace di sognare.
mi dedico al concreto, con successo?
già fatto e senza poi sto gran piacere,
però qualcosa devo immaginare.
sonetto di un ricordo, in versi sciolti
"tu scrivi poesië?", dicesti allora,
io ti risposi "sì, ne scrivo, e tu?"
"scrivevo tanto un tempo, stupidate..."
e celasti la bocca con la mano.
ho ancor da qualche parte messe via
le vecchie copie di quella rivista
che mi svenavo ai tempi per comprare:
la polvere ricopre anche "poesiä".
oggi son qui che scrivo dei sonetti,
tu sei da qualche parte dentro il mondo
e hai tolto l'apparecchio per i denti.
"son grande per portarlo, mi vergogno",
ed oggi a ricordarlo fa sorriso:
smonta un poco il cumulo di polvere.
sonetto della catabasi
parcheggiavo la macchina per strada,
a fianco del cancello, con cautela,
per evitare il muro di cemento:
la notte si copriva di rugiada
e d'inverno di gelo da raspare.
a volte c'era qualche ragnatela
sui finestrini, che sfidava il vento;
per terra, dei mucchietti da evitare.
parcheggio in un cortile, da sfollato:
c'è un cane a salutarmi quando rientro,
ci conosciamo appena ma gli piaccio.
io non so dire cosa sia cambiato,
però conosco quel che sento dentro:
banale forse, solamente ghiaccio.
sonetto dei primi di settembre
poi cominci ad alzarti presto tutte
le mattine, per evitar la coda,
che all'alba senti già rumor di strada
e sai che dura quasi fino a notte.
le tue sono movenze galeotte,
di quel che il lavoro o il kharma inchioda
laggiù, nel serpe d'auto che si snoda
dalle magioni a sedie malridotte.
sono come il tuo volto, tutti quelli
che guardi dagli specchi e finestrini:
c'è chi sospira, chi canta, chi tace,
alcuni che con l'auto fan duëlli...
e passo passo tu coi tuoi vicini
ti svegli ma non sai trovar la pace.





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