sonetto dei desideri di natale
voglio un pentastereo, ma digitale,
la trusse coi colori per la faccia,
lo shampoo distillato dall'erbaccia,
lo schermo del piccì multimediale.
poi voglio una cintura di cinghiale,
un vaso di pasticcio di beccaccia,
di talleri e dobloni una bisaccia,
e per capir la vita un manuäle.
di tutto che sta intorno, ciò che manca
son l'istruzion per l'uso, che non trovo
né in libreria né al centro commerciale.
sarà perciò che camminar mi stanca,
che guardo intorno e nulla vedo nuovo
che valga viver sto gioco fatale.
sonetto pessimista di natale
babbo natal, perché sei così grasso?
quando ti incontro quasi mi fai senso
col tuo modo di ridere melenso
e il tuo cervello buono per l'ammasso.
la panza disegnata col compasso
che ti trascini, non ti dà scompenso?
possibile che un uomo del tuo censo
sia grosso più di tutto un contrabbasso?
babbone sozzo, diventa moderno,
iscriviti in palestra e cura il cibo,
diventa degno di quelli a cui porti
masserizie per vivere all'inferno.
(te lo ricordi che aspetto la flebo
per obliar che siamo tutti morti?)
sonetto che manca una settimana a natale e sono ancora oltreoceano
mentre che giro il mondo a fare niente
mi volto indietro a riguardare i mesi
rotolare via, tristi e vilipesi,
e mi constato come quella gente
che della vita fa un inconveniente:
senza passioni, manco le borghesi
(posto, stipendio, un poco di cosmesi,
e consumare come un buon cliente).
non è passion, solo riempire fosse
di tempo morto in mezzo a mille impegni.
è questo il torto, che senza furore
giochiamo in vita tutte nostre mosse:
se ce l'hai dentro, perché mai lo spegni,
che già di suo se non lo curi muore?
sonetto gentile
mentre del mondo cerco la bellezza
mi guardo intorno con l'occhio basito
da questo girotondo incarognito
che di salari e morte solo olezza.
ma se l'inverno porta, con la brezza
che ghiaccia il cielo e il suolo intorpidito,
qualche risposta per qualche quesito:
forse che il mondo mostra gentilezza?
mentre che s'avvicina fine d'anno
e tutti fanno finta come in sogno
di tirar somme rileggendo agende,
depressi da 'sti conti che mai vanno,
nessuno sembra invece aver bisogno
di ciò che al cor gentil ratto s'apprende.
sonetto scurrile
sto mondo pare che sia diventato
il luogo dello schifo quotidiano
pieno di merda molle più dell'ano
di chi un quintal di prugne ha divorato
e per cinquanta dì non ha cacato.
un mondo ch'assomiglia a un vespasiano
con cazzi che ricordano un tucano
esposti a dir io sì che son beato
io che l'ho lungo e duro come mille,
così viril nello squartar bernarde
e così pien di sborra nei coglioni.
li cazzi vostri sì, fanno scintille,
ma capirete mai, chiava-vecchiarde,
che sol vi pascon di vostre illusioni?





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